Abbiamo conosciuto Antonio Lalli solo pochi mesi fa casualmente, fermandoci a chiacchierare con lui al bar di Stefano. Eravamo alla ricerca di storie interessanti sugli abitanti del quartiere, durante i nostri soliti giri. Uno dei tanti sogni nel cassetto, per noi abitanti della Pisana, sarebbe infatti quello di allestire una mostra fotografica che ripercorra i sessant’anni di vita di questi luoghi, queste strade che abitiamo e amiamo da così tanti anni. Ogni tanto ne parliamo, poi ci sembra una iniziativa troppo difficile da organizzare e  così finisce  sempre che la rimandiamo al futuro.  Ora però torniamo al nostro presente, che  fa  parte anche della storia collettiva del nostro quartiere, ad Antonio Lalli appunto.

Pensavamo fosse venuto ad abitare in questa zona solo recentemente ed invece è qui da sempre.  Durante il primo lockdown – parliamo dei primi mesi del 2020 – qualcuno nel suo palazzo lo sentiva parlare ad alta voce di tango.  Dato il periodo sicuramente parlava online. Lo si incrociava invece nelle rare camminate che si riuscivano a fare sulla pista ciclabile in via della Pisana. Ha partecipato poi ad una nostra camminata organizzata con la Farmacia Petitto e Retake Bravetta. Ed anche lui si è sorpreso da quanto non si era accorto degli sviluppi urbanistici del quartiere, perché attraversando l’edificio della Biblioteca Longhena – nel bosco, tra gli eucaliptus e le querce – giace abbandonata una bella pista da ballo edificata ormai da più di vent’anni per il Centro Anziani. Così siamo finalmente riusciti a coinvolgerlo per la recente “Festa del Volontariato” di dicembre, quando si è esibito su una pista da ballo un po’ improvvisata, nell’area che abbiamo bonificato per l’occasione.

Ma la vera sorpresa è stata la lettura del suo libro autobiografico “Tanto di cappello, storia di un tanguero” (Edizione Romano Editore). Ventidue racconti che ripercorrono la sua vita,  inaspettatamente per noi intensa. Perché non solo è stato negli anni ’80  uno dei pionieri del tango a Roma e ha girato l’Italia e il mondo per insegnarlo ed esibirsi egli stesso, ma proprio perché il tango ha cambiato la sua vita.

Padre insegnante, mamma casalinga, cinque figli, Antonio iniziò a lavorare giovanissimo nei mesi estivi per aiutare la famiglia. E questo è solo l’inizio della sua vita avventurosa, forse comune a tanti ragazzi negli anni ’60. Il ballo ad un certo punto ha incanalato tutte le sue energie e la sua passione, che si erano espresse negli anni giovanili con tante diverse esperienze: nel lavoro nelle comunità agricole autogestite, con l’attività politica iniziata con il nascente Partito Radicale, (Marco Pannella e tutte le sue lotte politiche) con “Democrazia e libertà, La Margherita” di Francesco Rutelli (di cui ha curato anche l’ufficio stampa),  con l’impegno lavorativo negli uffici statali. Nei suoi racconti ogni tanto viene citata anche la sua casa a via della Pisana, ma sempre solo accennata. Insomma, una miriade di storie ed esperienze.

“Sono venuto ad abitare in questo quartiere nell’estate 1964 a 12 anni” racconta Antonio. “Avevo vissuto nella borgata di Centocelle, dopodiché a mio padre fu assegnata la casa dell’INCIS in quanto insegnante, dipendente statale e con famiglia numerosa.  Ricordo che era pieno di pipistrelli intorno ai lampioni e di nuvole di zanzare nelle abitazioni. Allora eravamo fuori Roma, il confine era a via della Vignaccia ed infatti l’autobus ci lasciava a quel crocevia. Da ragazzo frequentavo la parrocchia perché era l’unico centro di aggregazione.

A scuola andavo a via Madonna del Riposo e poi ho studiato ragioneria all’Istituto Tecnico Giacomo Medici del Vascello, a via Fonteiana. Sono stato fortunato – ha sottolineato Lalli – perché attraverso il tango ho finalmente riequilibrato la mia vita. Mi definivo un “monaco laico” perché per me era tutto dovere e sacrificio, digiuni, scioperi della fame, arresti, manifestazioni, per carità sempre con metodi non violenti. Mancava però il piacere, anche se l’attività politica mi riempiva molto l’esistenza. Ad un certo punto ho smesso di fare militanza politica, uscivo dal lavoro e andavo a ballare. Per un periodo ho fatto convivere queste mie due passioni, poi ho lasciato definitivamente la politica, anche se da cittadino mi occupo ancora oggi del bene pubblico.

Mi sono appassionato prima alle danze folcloristiche, poi al liscio, alla salsa e poi ho incrociato il tango. Il tango è la mia compagna, ne sono innamorato da oltre 30 anni e ancora mi piace perché è più di un ballo e ha una caratteristica: l’improvvisazione.  Non ci sono sequenze di memoria e questa cosa lo rende diverso da tutti gli altri. Perché costringe ad un’attenzione costante e nella coppia che balla acutizza tutti sensi. Quando si balla collettivamente in una milonga (sala dove si balla il tango) l’uomo deve controllare, ascoltare la musica, guidare la donna, conoscere i passi e curare la coreografia, improvvisare, senza invadere gli spazi degli altri ballerini.

Se devo pensare all’aspetto politico del tango non posso non pensare alla “mescla”, all’alluvione migratoria della fine dell’800 quando dall’Europa partirono per l’Argentina italiani, spagnoli, tedeschi, russi. Perché questo Paese, enorme e ricco di risorse, aveva bisogno di professionisti e di manovalanza. Agli indigeni del luogo e agli ex gaucho si aggiunsero anche schiavi americani portati dagli spagnoli e afrocubani. Nei sobborghi di Buenos Aires, per sopravvivere ad una vita dura e di stenti, il ballo e il canto – dunque un linguaggio comune – ebbero un ruolo fondamentale. Nacque così prima la milonga che ha origine nell’habanera. Dalla mescla nasce la milonga e poi il tango. I testi del tango parlano molto della patria, della madre, della moglie, dei problemi sentimentali, della malinconia, della nostalgia. Anche se io sono stato attratto soprattutto dalla sensualità.”

Politica e sensualità insieme, quella di Antonio è una storia particolare di crescita e di riscoperta di sé, che procede insieme agli altri e con gli altri, nelle case e nelle strade del nostro quartiere.

(Laura Mariotti)